Accordo associazione UE/SAN MARINO. Comodo chiamarla ‘disinformazione’, la scorciatoia perfetta due parole e chiudi tutto, scomodo, spiegare cosa cambia per chi apre la serranda ogni mattina. E tu come la pensi?

PRIMA LO STATO RECUPERI CIÒ CHE È DOVUTO, POI CHIEDA SACRIFICI AI CITTADINI. … di Maurizio Tamagnini – GiornaleSM
January 24, 2026

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Accordo associazione UE/SAN MARINO. Comodo chiamarla ‘disinformazione’, la scorciatoia perfetta due parole e chiudi tutto, scomodo, spiegare cosa cambia per chi apre la serranda ogni mattina. E tu come la pensi?

In questi giorni girano video e comunicati che chiedono di fermare la “disinformazione” sull’Accordo con l’Unione Europea.

Capisco, quando il tema è delicato, si prova a chiudere la discussione mettendo un’etichetta a chi fa domande.

Ma se davvero. come dicono, c’é la disinformazione, la si smentisce con i documenti, mettere le carte sul tavolo e spiegare tutto, nero su bianco senza tante scorciatoie.

Un Accordo così importante per il paese, non si “vende” a colpi di comunicazione.

Bisogna prendere tutti i documenti e articolati, spiegare punto per punto, articolo per articolo alla cittadinanza, spiegare cosa cambia davvero, cosa resta uguale, quali obblighi entrano, quali margini rimangono, quali tempi sono previsti e chi, dentro lo Stato, se ne assume la responsabilità operativa.

Se c’è tempo per produrre contenuti mediatici per bloccare la disinformazione, ci deve essere tempo anche per fare questo lavoro essenziale, davanti ai cittadini, in modo comprensibile e verificabile.

Nel Paese si sente ripetere spesso che l’Accordo serve “alle nostre industrie”, soprattutto perché siamo un’economia che esporta. Bene.

Ma allora la domanda è, ma per i nostri commercianti? I nostri artigiani? Le piccole attività che tengono in piedi famiglie e centri storici, che lavorano con margini stretti e regole già complesse?

Di loro si sa qualcosa, in concreto? È stata spesa una parola chiara su costi, adempimenti, concorrenza, controlli, opportunità reali e rischi reali per chi non
esporta container ma apre ogni mattina la serranda?

E poi un’ultima considerazione, si ripete che “non abbiamo alternative”, o si chiede agli altri “quale sarebbe l’alternativa”.
A questo punto mi chiedo, finora come abbiamo fatto ad andare avanti?

Ci rendiamo conto del peso di queste parole?

Maurizio Tamagnini

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